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La Storia

 

 

 

 

 La farmacia S. Diodato…..

 

una storia lunga più di 4 secoli…..

 

 

 

La nascita del primo impianto della farmacia S. Diodato a Benevento è strettamente legata all’opera assistenziale dei Fatebenefratelli e alla creazione in città di un ospedale da loro gestito che era situato, fino al secondo conflitto mondiale, tra Via Ennio Goduti e Via Pasquale Capilongo.

 

C’è da considerare che a causa degli eventi storici, cataclismatici e bellici susseguitesi nei secoli non è semplice realizzare una ricostruzione storica e dei fatti basata su date certe poiché ben poco sopravvive del prezioso tesoro documentario riguardante il complesso ospedaliero e farmaceutico di S. Diodato, ma ciò che fortunatamente si è salvato ha dato la possibilità di ripercorrere l’evoluzione storica della farmacia oggetto di questo studio, nata a Benevento e da sempre dedita all’assistenza sanitaria.

 

Tutto ebbe inizio grazie all’opera e all’impegno di Paolo Capobianco, nobile e ricco beneventano che alla fine del XVI secolo decise di abbandonare i propri agi per dedicarsi all’assistenza degli infermi e alla ricerca di elemosine destinate al loro sostentamento. Inizialmente il Capobianco lasciò Benevento per recarsi a Napoli e prestare servizio nell’ospedale della “Pace” gestito dai Fatebefratelli. Inutili furono i tentativi dei suoi familiari per cercare di dissuaderlo dalla vita che aveva abbracciato, essendo considerata all’epoca, quella dell’assistenza ai malati, una pratica degradante e non adatta ad un nobile. Incaricato di convincere Paolo a ripercorrere i propri passi e ricongiungersi alla sua famiglia fu un ricco sarto beneventano, tale Nunzio de Limata, inviato a Napoli dai Capobianco. Ma la visita del de Limata all’ospedale napoletano gli provocò una vera e propria folgorazione, una totale conversione all’opera svolta dall’amico Paolo e dall’ordine assistenziale a cui apparteneva, al punto che tornato a Benevento decise di donare alcuni suoi immobili ai Fatebenefratelli per la creazione di un ospedale con annessa farmacia aperti anche ai forestieri e agli indigenti. Probabilmente le donazioni testamentarie del de Limata, che dalla lettura dei documenti del tempo sembra essere stata persona bieca e dedita all’usura, furono un mezzo per chiedere a Dio il perdono delle proprie malversazioni.

 

 

Il testamento di Nunzio de Limata fu firmato davanti al notaio Ruggiero de Ruggiero nel 1602, depositato per otto anni e ripreso nel 1610 dal notaio Angelo Gallo per una sua revisione: case d’abitazione, magazzini, cantine e orti ubicati in città e nelle campagne circostanti. È dunque tra questi possedimenti, acquisiti più o meno lecitamente, che il de Limata predispose di cedere immobili da destinare al nuovo ospedale S. Diodato e alla sua farmacia. Non fu però possibile attuare le disposizioni contenute nel testamento, dato che il magazzino designato ad essere trasformato in ospedale non fu ritenuto idoneo a tale scopo. Infatti tale struttura, sita nell’area della parrocchia di S. Donato, fu giudicata troppo umida e quindi non adatta ad ospitare gli ammalati.

 

Non conosciamo in effetti se davvero fu questa la motivazione che spinse il Cardinale Pompeo Arrigoni (arcivescovo di Benevento), i deputati cittadini del tempo Mario della Vipera (rappresentante dell’arcivescovo), Addezio Saveriano, Bartolomeo di Cassandra e il nobile Decio Sabariani, a respingere la donazione del de Limata e a optare per l’acquisizione di un’altra struttura. (È interessante ritrovare in questa ricostruzione storica alcuni cognomi di personaggi beneventani che vissero più di quattrocento anni fa e da cui derivano toponimi di strade o piazze della città ancora oggi in uso).

 

Scartata quindi l’offerta testamentaria il consiglio cittadino sentenziò l’acquisto dell’antico monastero femminile di San Diodato, occupato da monache fatte poi trasferire al monastero di S. Vittorino. Il 22 settembre 1610 fu dunque acquistato per duemila ducati il monastero di San Diodato e il 25 novembre dello stesso anno il Cardinale Arrigoni decretò la creazione al suo interno della nuova struttura ospedaliera gestita dai Fatebenefratelli e in parte amministrata dal consiglio comunale, a cui dovevano confluire le rendite degli altri ospedali urbani intramuranei preesistenti al San Diodato, ossia San Bartolomeo, Santo Spirito e Santa Maria dei Martiri. Infatti l’Arrigoni attuò la soppressione dei preesistenti ospedali a causa del loro stato di abbandono e predispose che San Bartolomeo fosse adibito a ospizio e carcere femminile, mentre Santa Maria dei Martiri divenisse un orfanotrofio.

 

È dunque questo l’avvenimento da cui far partire la plurisecolare storia della Farmacia S. Diodato, nata come appendice essenziale dell’antico ospedale omonimo e quindi di fondamentale importanza per l’assistenza agli ammalati.

 

Sappiamo inoltre che il 22 aprile 1614 fu siglato un accordo tra i già citati deputati della città e i Fatebenefratelli affinché l’ordine di S. Giovanni di Dio, rispettando anche il volere e le disposizioni del defunto Nunzio de Limata, gestisse l’ospedale S. Diodato, anche se i frati già da qualche anno (forse dal 1604) erano presenti a Benevento dedicandosi con amorevole dedizione all’assistenza dei poveri e degli infermi. L’accordo fu poi reso effettivo dal card. Arrigoni il successivo 24 aprile.

 

Ma perché fu dato il nome di S. Diodato a questa opera pia? La risposta sarebbe da ricercare nella presenza delle reliquie del santo a Benevento già nel IX secolo. Monaco benedettino e abate di Montecassino vissuto tra l’VIII e il IX secolo, fu imprigionato per essersi ribellato alla tirannia del principe longobardo Sicardo di Benevento. Morì nell’834 a seguito dei patimenti causati dalla sua incarcerazione. Il santo ebbe una notevole e duratura venerazione a Benevento così come riportato da documenti ecclesiastici del 1729.

 

Il nuovo ospedale voluto dal Cardinale Arrigoni migliorò la qualità dell’assistenza sanitaria in un’epoca in cui Benevento era provvista di strutture ospedaliere (a volte semplici ospizi) anguste e fatiscenti: furono infatti realizzati venti posti letto in ambienti ben areati e venne garantito un sevizio di cura costante offerto dai frati. A titolo di esempio, per comprendere l’indigenza in cui versava l’assistenza sanitaria nella Benevento del Seicento, basterebbe considerare un inventario dell’arredamento del complesso di S. Spirito, struttura che si trovava nei pressi del convento di S. Francesco in piazza Dogana: nel documento è descritto un ambiente esiguo con solo cinque posti letto costituiti da sacconi e qualche materasso, poche paia di lenzuola lise, una tinozza per l’acqua, vecchi recipienti da cucina, un caminetto, un paio di tavolacci di legno; unico elemento riportato nell’inventario che si discosta dall’estrema povertà dell’arredamento dell’ospizio consiste in una sola coperta di lana bianca.

 

Indispensabile e di fondamentale importanza per il buon andamento del nuovo ospedale fu il servizio svolto dalla “spezieria” (questo il modo in cui venivano chiamate le farmacie dell’epoca) che andò ad occupare un vano dell’ex monastero di San Diodato.

 

Una netta differenza rispetto agli altri nuclei assistenziali del tempo si può riscontrare considerando quanto riportato dalle disposizioni a cui doveva attenersi la conduzione del S. Diodato: come in ogni ospedale diretto dai Fatebenefratelli anche qui c’erano libri in cui si annotavano le attività svolte, le spese sostenute, le generalità e le patologie dei pazienti in cura. Tra questi volumi c’erano anche i “libri di medicinali”, in cui erano riportate le prescrizioni che ogni ammalato doveva assumere, le dosi, i metodi e i tempi di somministrazione. I libri di medicinali, visto l’argomento trattato, dovevano essere redatti dal farmacista che miscelava con sapienza varie sostanze per creare rimedi medicamentosi. Avremmo dunque in questo caso una prima testimonianza scritta dell’attività svolta dall’antica farmacia S. Diodato, valido supporto per la cura degli ammalati dell’attiguo ospedale e vera novità nell’ambito sanitario beneventano del XVII secolo, dato che i precedenti ospizi-ospedali presenti in città non potevano avvalersi di tale servizio. Il progetto portato avanti dal card. Arrigoni, adeguatamente realizzato anche per il rapporto diretto che Benevento ebbe con la Chiesa essendo stata per secoli un’enclave pontificia nel Regno di Napoli, fu dunque quello di creare un polo ospedaliero di nuova generazione dotato di una farmacia, di personale capace e di servizi di assistenza fino ad allora impensabili per una città di provincia prevalentemente rurale che come il resto della penisola viveva in un’epoca caratterizzata da povertà diffusa e periodiche epidemie.

 

Sembra che all’inizio del 1600 a Benevento già ci fosse una farmacia funzionante precedente alla fondazione dell’ospedale S. Diodato, così come si evince da un documento dell’epoca: trattasi di una ricevuta inerente al pagamento di dodici ducati versati dal già citato Nunzio de Limata al “mastro speziere Aniello Salsano” per aver ricevuto rimedi per la sua malattia. Nel documento, che reca la data del 30 luglio 1602, si legge che lo speziere aveva un proprio laboratorio (definito “poteca”), anche se purtroppo non è possibile sapere dove fosse situato. A questo punto ci sarebbe da domandarsi se la bottega del Salsano fosse il primo impianto della farmacia S. Diodato oppure un altro opificio: pur considerando però che a Benevento già prima della fondazione dell’ospedale c’era un monastero intitolato a S. Diodato, non abbiamo notizie che alludano ad una farmacia attigua ad esso che portava questo nome, e inoltre nel documento citato si fa riferimento solo al nome dello speziere deducendo da ciò che la farmacia in questione fosse un’attività atta alla produzione di medicamenti precedente alla farmacia S. Diodato nata, come si è appurato, in concomitanza con l’ospedale. Che poi tale “mastro speziere Aniello Salsano” abbia rilevato la nuova farmacia, o ne sia stato messo alla conduzione data la sua esperienza, non ci è dato saperlo.

 

Successivo al documento in cui viene menzionato Aniello Salsano è un atto in cui viene citata la farmacia S. Diodato e il suo “losco” farmacista, che in questo caso non viene più definito “speziere” ma pharmacopula. La vicenda trattata riguarda i raggiri perpetrati dal tale Fabio Tino (il pharmacopula), colpevole di non aver pagato per molto tempo il fitto della spezieria in cui lavorava ed aver sottratto farmaci e attrezzature di vario genere. Da questo episodio si deduce che la farmacia S. Diodato fin dall’inizio della sua esistenza fu di proprietà dei Fatebenefratelli che percepivano un canone mensile per la sua locazione e amministravano il vicino convento-ospedale. Gli ammanchi provocati dal pharmacopula, sommati ad altre mancate entrate di affitti di locali ad uso abitativo o commerciale sparsi per la città e donati da persone riconoscenti all’ordine religioso come ringraziamento per l’assistenza ricevuta, comportarono periodi di difficoltà economica che andarono a compromettere in alcuni casi il buon funzionamento della farmacia e dell’ospedale; inoltre le consistenti spese per l’acquisto di alimenti, vestiario e farmaci per gli ammalati accuditi non poterono che aggravare tale situazione. In aggiunta a tutto questo, così come dimostrato dai documenti del tempo, c’è infine da imputare parte delle avverse condizioni economiche del complesso sanitario S. Diodato alla disonestà di alcuni deputati beneventani dell’epoca posti a controllo della sua amministrazione, personaggi politici che specularono su denaro destinato agli ammalati e alle classi meno abbienti pur di arricchire la proprie tasche.

 

Proseguendo nella nostra ricostruzione storica ed esponendo gli eventi verificatesi nella Benevento del XVII secolo si giunge ad un evento catastrofico che mise la città in ginocchio: ci si riferisce al terribile terremoto del 1688 che provocò la morte di 1367 persone e il crollo o il serio danneggiamento di buona parte delle abitazioni più modeste e di molti edifici religiosi presenti in città. I danni furono davvero gravi e anche il complesso convento-ospedale-farmacia S. Diodato ne subì di ingenti. Ma l’inclemenza di madre natura si rifece viva dopo soli quattordici anni, quando un altro violentissimo sisma colpì il Sannio. Gli edifici urbani ancora strutturalmente deboli per i danni provocati dal precedente terremoto subirono ulteriori e in alcuni casi irrecuperabili danneggiamenti, tanto che il dormitorio del San Diodato dovette essere chiuso per le gravi lesioni apertesi nell’intero edificio, la chiesa antistante crollò quasi completamente e il suo campanile fu abbattuto poiché pericolante. La ripresa fu lenta e problematica, ma la città poté avvalersi del supporto del card. Vincenzo Maria Orsini, assegnato alla S. Chiesa Beneventana dal 1686. Orsini, constatatati i danni provocati dai sismi del 1688 e 1702, destinò inizialmente 500 ducati ai frati del S. Diodato per la ricostruzione di alcuni settori dell’ospedale, il ripristino dei suoi arredamenti, l’acquisto di suppellettili e utensili indispensabili per l’assistenza agli infermi, e dispose inoltre che dopo la sua morte si continuassero a finanziare e tutelare le attività svolte dai Fatebenefratelli in città. Sappiamo ad esempio che furono stanziati 25 ducati nel 1695 per medicamenti dati agli infermi e che nel trentennio successivo i ducati versati all’ospedale e alla farmacia furono ben 4660, a dimostrazione della considerazione in cui erano tenute le attività assistenziali dei religiosi di S. Giovanni di Dio. Inoltre l’Orsini, divenuto papa assumendo il nome di Benedetto XIII, continuò ad elargire donazioni anche alle altre strutture assistenziali di Benevento dimostrando in questo modo il suo attaccamento alla città.

 

 

Ma dove il caritatevole impegno d’aiuto offerto dal Cardinale Orsini al S. Diodato si espresse maggiormente fu nella realizzazione di una nuova farmacia: in un rogito del 1744 si ha la descrizione della “nuova speziaria” voluta e finanziata appunto dall’Orsini, creata tramite la trasformazione in farmacia di una casa d’abitazione di proprietà di tale Anna Misuriello Mainella ed acquistata con il preciso scopo di ricavarvi ambienti destinati alle pratiche farmaceutiche. La casa in questione confinava con l’ospedale S. Diodato e si sviluppava su due piani con due vani ciascuno, un sotterraneo e una scala esterna. Dal documento risulta che lo speziale del tempo, che aveva preso in affitto la nuova farmacia, si chiamava Saverio Tornai, il quale poteva predisporre di un corredo di utensili ricco e ben assortito, e di siffatta vastità e varietà di ingredienti da poter soddisfare ogni esigenza in campo medico, prerogativa questa che sicuramente rese la nuova farmacia S. Diodato la più importante della Benevento del 1700. Ma veniamo ora alla sua descrizione: entrando nel primo ambiente ci si ritrovava in una stanza arredata con uno scanno di legno per far sedere i pazienti e un armadio contenente vasi di varia grandezza per la conservazione degli ingredienti farmaceutici, bicchieri di cristallo, caraffe, ampolle e mestoli di metallo. In un lato della stanza c’era un bancone su cui erano collocate due bilance d’ottone con pesi equivalenti a una libbra, sei mortai di bronzo recanti lo stemma dell’Orsini, un calamaio per la trascrizione delle ricette e due libri di farmacologia. Un secondo ambiente fungeva da luogo predisposto alla conservazione degli unguenti custoditi in “alvaroni”, “albarelli” e “langelle” (tipi diversi di recipienti), caraffe e vasi di creta smaltati. Da qui si accedeva al laboratorio, il fulcro della farmacia, colmo di strumenti quali alambicchi di vetro o di rame, due treppiedi, un grosso mortaio di marmo e uno di bronzo, un braciere, alcune cassapanche e vasetti di diversa grandezza. Alle pareti del laboratorio erano appoggiati scaffali in cui erano posti medicinali già preparati e pronti per l’uso e un vastissimo assortimento di ingredienti catalogati in ordine alfabetico. Analizzando tali ingredienti si ha l’impressione di trovarsi all’interno dell’officina di un’alchimista e non nel laboratorio di una farmacia come potremmo considerarlo attualmente, visto che le sostanze curative conservate sono alquanto bizzarre: ambra gialla, balsamo di zolfo anisato (dissoluzione di zolfo nell’olio), bitume giudaico, bacche di ginepro, vipera, conserva di fiore di persico, croco di Marte (carbonato basico di ferro), corno di cervo castorio, coralli rossi, incenso, infusione di rose, menta, legno santo, noce moscata di Fiandra, drago, fuligine sale di tartaro vitriolato, basilico, pepe bianco, genziana, madre perla, spirito di ciliegie nere, scorpione, succo di liquirizia, essenza di maggiorana, funghi, radice di peonia, tabacco, ecc. (* Si sono elencati solo una piccola parte degli elementi presenti nell’antica farmacia, dato che la maggior parte vengono definiti con nomi davvero incomprensibili come: antiditum magum Mattioli, cretico dulcedine di Marte, diambrà di Mosue, cachetica di Arnoldo, prò scabia zibetto, mirra mumia Alessandrina, pappolla di Santo Francesco, Ingriterra sangue d’irco, e tanti altri con appellativi assolutamente stravaganti).

 

In un piccolo scaffale posto in un luogo riparato erano poi conservati elementi di valore quali zaffiri, topazi, rubini, smeraldi, perle, legno di aloe, coralli bianchi, ambra grigia, madre perla, rabarbaro e giacinti, anch’essi usati come ingredienti base per la creazione di medicinali.

 

Dall’analisi delle sostanze e delle essenze elencate si evince che queste erano prettamente di natura animale, minerale e vegetale, sapientemente dosate e mescolate dagli antichi speziali per la produzione di farmaci. Inoltre non deve sorprendere l’altissimo numero delle sostanze elencate e conservate nell’antica farmacia: basti pensare che per la preparazione della “Theriaca”, antico medicamento utilizzato per curare un gran numero di patologie, dovevano essere miscelati ben sessantuno ingredienti.

 

Sicuramente la presenza di elementi alchemici tra le sostanze nominate è una diretta reminiscenza dell’arte farmaceutica di epoca medievale, imperniata di credenze ed usi ancestrali che in una cittadina dell’entroterra campano come Benevento avrebbero attecchito ancora per molto tempo.

 

Dagli statuti cittadini che ebbero corso legale a partire dal 1588 sappiamo che la farmacia era soggetta al pagamento delle tasse, a visite ispettive annuali per constatare la corretta conservazione delle “droghe”, al controllo che la preparazione dei medicinali avvenisse solo dietro disposizioni mediche e alla verifica che venissero spediti, a chi ne faceva richiesta, solo medicamenti non considerati sospetti. Dal contenuto degli statuti è interessante notare che già trecento anni prima della compilazione del testo unico delle leggi sanitarie, redatto nel 1934, ci fossero disposizioni per la tutela della salute.

 

La nuova farmacia S. Diodato non dovette mancare di eleganza negli arredamenti visto che gli oltre quattrocento vasi smaltati in essa contenuti, prodotti a Cerreto Sannita e donati da Benedetto XIII (Papa Orsini) insieme ad altri utensili, avevano fini decorazioni bluette che riproducevano castelli, casolari rustici e paesaggi agresti; una bella raffigurazione dello stemma papale completava l’ornamento dei vasi. I recipienti di ceramica erano l’ideale per conservare pozioni, unguenti e distillati, dato che la loro impermeabilità non produceva ossidi a differenza dei contenitori metallici soggetti a deterioramento. Liquidi e sciroppi venivano conservati in brocche e idrie, gli unguenti in recipienti dall’imboccatura larga chiamati alberelli, le polveri in vasi di diversa grandezza. La pregevole collezione di recipienti donata alla farmacia da Benedetto XIII è attualmente conservata presso la Biblioteca del Museo del Sannio.

 

All’inizio del XIX secolo la farmacia fu ceduta allo speziale Antonio Zoppoli, così come riportato da un documento del 1806. In questa fase il corredo farmaceutico risulta molto diminuito e praticamente dimezzato rispetto al periodo precedente (quando lo speziere era il già citato Saverio Tornai). Evidentemente, oltre alla probabile rottura di alcuni utensili, il valore dei vasi, degli alambicchi e degli unguentari cagionò la loro sottrazione da parte di garzoni o inservienti della farmacia succedutisi negli anni.

 

Da un altro documento del 1806 apprendiamo per intero la disposizione del complesso sanitario S. Diodato: davanti all’ospedale c’era una piazza su cui si aprivano tre fabbricati che nel documento vengono definiti “botteghe”, di cui uno occupato dalla farmacia con laboratorio e gli altri due affittati per scopi non meglio specificati. Alla farmacia, oltre che dalla piazza, era possibile accedere anche da un ingresso posto nelle adiacenze dell’entrata inferiore dell’ospedale. Nel documento si accenna anche ad un laboratorio scoperto vicino alla farmacia, ma non è possibile capire se si alluda ad un ambiente usato per scopi diversi da quelli farmaceutici o effettivamente ad un ampliamento della farmacia rispetto alle fasi precedenti. Tuttavia potrebbe essere plausibile l’ipotesi di un allargamento degli spazi appartenenti alla farmacia visto il numero crescente di pazienti dovuto in primis ad un incremento demografico di Benevento rispetto ai secoli antecedenti. Inoltre la presenza di un laboratorio scoperto poteva essere legato alle esalazioni prodotte dalla preparazione di determinati farmaci, rendendo in questo caso assai comodo potersi avvalere di un ambiente all’aperto e quindi perfettamente areato.

 

 

Nel documento sono poi elencati tutti gli altri stabili che gravitavano intorno alla farmacia S. Diodato, tra cui cantine e stanze date in affitto, un’osteria usata anche come dormitorio, stalle, ambienti sotterranei chiamati “grotte” e cisterne. Tutti questi ambienti erano dati in locazione a famiglie, commercianti e artigiani che pagavano una regolare pigione da cui ricavare introiti per il sostentamento dell’intero complesso ospedaliero. Nelle immediate adiacenze c’erano poi la chiesa di S. Diodato, il campanile e altri vani utilizzati dal personale dedito all’assistenza degli infermi.

 

Vicino alla farmacia e all’ospedale c’era inoltre un muro di contenimento denominato dal popolo il “muro di San Giovanni di Dio”, in onore del fondatore dei Fatebenefratelli. Ancora alla fine dell’Ottocento lungo di esso si accalcavano i poveri e i mendicanti di Benevento poiché i religiosi offrivano a tutti gli indigenti un pasto caldo gratuito. Questo muro fu poi occupato dagli attuali muraglioni con vasca inglobata che si affacciano su via del Pomerio.

 

La Farmacia S. Diodato nei secoli ha condiviso con l’omonimo ospedale gli avvenimenti storici e calamitosi che hanno riguardato Benevento. Da ricordare la terribile carestia del 1764 a cui fece seguito una dilagante pestilenza che sconvolse le campagne sannite e richiese un immenso sforzo da parte dei Fatebenefratelli e di alcuni nobili della città per contenerne i danni. Anche nel secolo successivo la città fu colpita da epidemie, stavolta di colera, e in un documento del 1837 vengono riportate le drammatiche conseguenze del morbo, con gli ospedali cittadini saturi di ammalati e le spezierie prese d’assalto. Nel documento purtroppo non sono menzionati i nomi di tali spezierie ma la farmacia S. Diodato, essendo la più importante e produttiva del tempo, ebbe sicuramente un ruolo fondamentale nella preparazione di medicinali per contrastare la diffusione del flusso epidemico. La ciclicità di queste epidemie che per secoli afflissero il meridione d’Italia, il resto della nazione e a volte l’Europa tutta, era dovuta in massima parte alle scarse condizioni igieniche in cui gran parte della società del passato viveva. Sappiamo che a Benevento la situazione non era diversa, con buona parte della popolazione che abitava in ambienti promiscui e scarsamente igienizzati, ed era compito delle farmacie, quindi, cercare dei rimedi a tali condizioni di malessere. Nonostante l’impegno svolto nella produzione di preparazioni curative atte ad osteggiare gli atavici morbi attualmente debellati, i malati non curabili a Benevento venivano inviati a Napoli. Nelle farmacie napoletane, infatti, era possibile reperire rimedi rari e non comuni nelle spezierie di provincia, essendo il capoluogo campano più progredito dal punto di vista medico-farmaceutico.

 

Nel 1799 l’occupazione francese del capoluogo sannita causò saccheggi nel duomo, nei monasteri, nelle collegiate e lì dove fu possibile racimolare oggetti di pregio, con conseguente soppressione dei conventi e degli ordini religiosi; da ciò presumiamo che anche la farmacia S. Diodato non fu esentata da tali scempi. Solo nel 1815, con la rinnovata dirigenza del governo pontificio, i Fatebenefratelli poterono tornare a Benevento e prendere nuovamente possesso dell’ospedale e della farmacia con il ripristino delle normali attività di assistenza agli ammalati.

 

Nel corso dell’Ottocento la farmacia continuò a svolgere diligentemente le proprie mansioni e non si registrano sostanziali cambiamenti della sua struttura e del suo operato.

 

Con l’instaurazione del Regno d’Italia il complesso sanitario S. Diodato non mutò le proprie prerogative; fu però redatto un nuovo statuto interno contenente le norme a cui attenersi per la sua conduzione. Tale statuto fu deliberato dal consiglio comunale nel 1871 e approvato lo stesso anno da Vittorio Emanuele II.

 

L’accrescimento urbanistico di Benevento e il progressivo aumento della popolazione generarono il fabbisogno di un ospedale di grandi dimensioni e dotato di strumentazioni e servizi più all’avanguardia rispetto al S. Diodato. Per questo motivo si avviò la costruzione di un nuovo centro di assistenza sanitaria, denominato Sacro Cuore di Gesù, che fosse tra i migliori dell’intero mezzogiorno d’Italia: la prima pietra di quella che sarebbe diventata la “nuova casa di salute” dei Fatebenefratelli fu posta il 15 ottobre del 1885. L’edificio, di dimensioni davvero notevoli per una piccola città di provincia e dotato di comodità e attrezzature fino a quel momento inesistenti negli altri ospedali beneventani, fu ultimato nell’agosto del 1893 e sorse lungo il viale della stazione ferroviaria, circa duecento metri fuori città. Il nuovo complesso ospedaliero poté avvalersi anche di una propria farmacia operante dal 1894 con il nome di “Farmacia Fatebenefratelli”. Nonostante la nascita della nuova casa di salute il S. Diodato continuò ad essere operativo fino agli anni quaranta del Novecento, anche se non più diretto dai Fatebenefratelli che si erano trasferiti all’ospedale del Sacro Cuore nel 1893.

 

Dal 1894 e per un ventennio, a causa dello smarrimento o della distruzione di documenti autentici e quindi attendibili, non è possibile conoscere la successione di farmacisti che si sono avvicendati nella conduzione della farmacia S. Diodato.

 

Sappiamo che nel 1910 a Benevento c'erano nove farmacie: due erano annesse ai due ospedali attivi in quel periodo, ossia il S.Diodato e il Fratebenefratelli (Sacro Cuore di Gesù); le altre sette erano: Salvatore D'Aversa; Orazio Pacifico e Palmieri & Ziccardi collocate lungo il Corso Garibaldi; Luigi Manna in via Roffredo Epifanio; Fabio Manna in Piazza Orsini; Domenico Zazio su Corso Vittorio Emanuele e Tiberio Peccerella in Via Porta Rufina.

 

Da un documento del 1915 emanato dall’Ufficio del Comune di Benevento e riguardante un censimento delle farmacie cittadine apprendiamo che in quell’anno la conduzione della farmacia dell’ospedale S. Diodato venne affidata alla “Ditta Federico Manna”. All’anno precedente appartiene un altro interessante documento che consiste in un memoriale redatto dal “Comitato dei Farmacisti delle Antiche Provincie Napoletane” per denunciare i soprusi subiti. Nel memoriale infatti si chiedeva l’intervento di Giolitti per attuare la soppressione delle “Ibride Farmacie” (rivendite di farmaci senza specifiche qualifiche) e per eseguire ispezioni in quelle salumerie, caffetterie e dolcerie che vendevano medicinali sottobanco, prassi questa che dovette essere molto diffusa in quel periodo. Il Comitato reclamava inoltre un nuovo Regolamento per tutelare le farmacie degli enti, delle cooperative, degli ospedali, delle vedove di farmacisti e dei loro figli, gli unici esercizi che per legge potevano produrre e commercializzare farmaci dato che erano in possesso delle qualifiche necessarie per la conduzione delle proprie attività e dei relativi permessi di vendita. Da due documenti apprendiamo che nel 1916 le farmacie a Benevento erano dieci mentre quelle presenti nell’intera sua provincia, a seguito delle ispezioni ordinarie eseguite tra il 1915-1916, risultavano essere novantasei. Nel 1922 l’ospedale S. Diodato potette prendere in cura anche le donne (prima di questa data l’assistenza medica era offerta solo agli uomini) e fu unificato al S. Gaetano, che precedentemente era utilizzato come ricovero femminile; i due ospedali accorpati assunsero il titolo di “Ospedali Civici Riuniti di Benevento”. Negli anni trenta fu avviata la costruzione di una nuova struttura ospedaliera poiché S. Diodato non era più in condizioni ottimali. Nacque così l’Ospedale Civile, che fu completato tra il 1941 e il 1942 e intitolato a Gaetano Rummo.

 

L’ospedale San Diodato, già dismesso, fu demolito dopo la Seconda Guerra Mondiale sia per i bombardamenti che nel 1943 colpirono la città, sia per il Piano di Ricostruzione Comunale che non optò per un suo rifacimento.

 

  

 

Il luogo dove un tempo sorgevano la farmacia S. Diodato e l’omonimo ospedale è oggi occupato da una palazzina sul cui lato è fissata una targa che ricorda i terribili fatti bellici che causarono la loro definitiva scomparsa.

 

In un documento del 1952 riguardante il concorso per il conferimento di farmacie nella provincia di Benevento che si tenne in quell’anno, risulta che in quel periodo la farmacia gestita dalla Ditta Federico Manna fu diretta dal dott. Alberto Ciamillo. In questo caso, se effettivamente per diversi anni la farmacia S. Diodato fu condotta dalla Ditta Manna, sapremmo chi ne fu a capo alla metà del Novecento.

 

 

Tra gli anni cinquanta e sessanta del Novecento si ha conoscenza di una farmacia situata sul Viale Mellusi, adiacente alla clinica S. Rita. La mancanza di documenti e di informazioni specifiche a tal riguardo non permettono di sapere chi ne fosse il titolare, ma si suppone che l’esercizio in questione fu verosimilmente una prosecuzione dell’antica farmacia S. Diodato. Da fonti attendibili si è potuto comunque apprendere che tale attività operò per un decennio e dovette quindi precedere l’apertura dell’attuale farmacia che reca il nome S. Diodato, anch’essa situata sul Viale Mellusi e ottimamente gestita dalla famiglia Boscaino: è infatti dal 1982 che la famiglia Boscaino conduce un’attività conosciuta sia a Benevento che in provincia, realtà che continua a essere un indispensabile e sempre valido ausilio per coloro che da anni si affidano alla professionalità dei titolari e del loro staff, potendosi avvalere, inoltre, di un servizio davvero completo vista la presenza nella vicina Via Piermarini anche della Parafarmacia ugualmente intitolata con lo storico marchio “S. Diodato”, emblema che da più di 400 anni risulta essere un sicuro punto di riferimento per l’intera città.

 

Questo studio è stato promosso e sovvenzionato dalla famiglia Boscaino, titolare della Farmacia S. Diodato, che con interesse e passione ha seguito le varie fasi del suo sviluppo.

Per parte della ricostruzione storica dei fatti narrati ci si è avvalsi dei preziosi contributi offerti dagli studi di don Giovanni Giordano.

 

 

 

 

 

 

 





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OTTIMO

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Servizio veramente rapidissimo.Complimenti!
16/12/2015
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San Diodato Magazine
Farmacia San Diodato, Viale Mellusi, Benevento (BN), P.IVA 00960160620, info@sandiodato.it Informativa Privacy - Cookies policy